La scarpata

Cemento armato, acciaio inossidabile, tempera e pietre mt. 80x30. Il paesaggio boschivo incornicia un’ area vasta e ripida, che chiede per essere colta nella sua totalità uno sguardo ampio, dalla terra al cielo, dalla pietra alle stelle.
In certe ore della giornata il sole colpisce l’acciaio creando suggestivi riflessi di luce visibili dal paese, che segnano, come una meridiana il passare del tempo, rintocchi visivi nel paesaggio.
L’idea di intervenire  su cementi già costruiti viene dalla richiesta dell’amico ing. Gian Paolo Ritossa, incaricato di progettare una serie di interventi sul territorio ,che si tradussero poi in un risanamento estetico sulle strade circostanti del paese.
Il luogo in cui oggi c’è la Scarpata, era una vecchia discarica, e Maria pensò di costruire lì una grande geografia di forma trapezoidale che ricordasse la storia del mondo. Ipotizzò una vera luce, un gioco di specchi per catturare i raggi del sole e rimandarli a grande distanza. La parete farà incontrare pietre e metalli, finti resti di un dinosauro e finto articolarsi di un’indagine nello spazio.
La realizzazione dell’opera venne affidata alla Cooperativa di muratori del paese di Ulassai, Maria presenziava  a ogni cosa. Le parti metalliche, disposte in un ordine rigoroso, una notte vennero sparpagliate qua e là dal vento, così che la mattina dopo, quando Maria arrivò, i muratori quasi scusandosi per non averle fissate, le chiesero di dire loro come riposizionarle. Ma Maria rispose che quello scompiglio aveva un suo significato, che il tempo spesso completa l’opera d’arte, e preferì  fissare quelle parti così come il vento aveva suggerito.
Più che una scultura, l’opera suggerisce una quinta teatrale, che sovrasta la salita tortuosa e ripida di una strada davanti ad una vastità di paesaggi. La stessa Maria in un intervista aveva affermato:” E’ un’opera insolita perché è nata in uno spazio singolare, nella solitudine di un paesaggio selvatico.”